Giugno
Fiori essiccati ( parte 1°)
Dal momento che il mese di Giugno lascia respirare il giardiniere, che ha avuto in precedenza un notevole sovraccarico di lavoro, forse avremo ora un po’ di tempo da dedicare ad una attività del tutto diversa, da fare in estate per goderne nei mesi freddi.
Vogliamo parlare della conservazione dei fiori mediante l’essiccamento, per il successivo impiego in composizioni invernali. Questo è un argomento che potrebbe interessare coloro che rimangono incantati di fronte alle bellissime composizioni esposte nelle vetrine dei fiorai, non avendo mai pensato di realizzarne qualcuna in proprio. Tanto vale quindi fare qualche tentativo, perché è probabile che con l’acquisire di esperienza e con la pazienza di fare e riprovare, si potranno ottenere risultati di discreta soddisfazione. Per la sua lunghezza divideremo l’articolo in due parti: la prima ora, con l’illustrazione delle tecniche di base per l’essiccamento, la seconda a Luglio dove indicheremo nello specifico quali piante associare alle singole tecniche sotto riportate.
Qualunque sia il sistema di essiccazione utilizzato, bisogna prendere nota che i fiori devono essere colti in piena fioritura, quindi non in boccio, né avvizziti, con tempo asciutto, con il sole alto che abbia quindi asciugato la rugiada, ma non nelle ore di massima calura. Scegliete begli esemplari, con i gambi ben dritti e per quanto possibile ripuliti da foglie e da germogli laterali.
Tecnica 1 – La più comune, adatta a diversi tipi di fiori, ma non a tutti, è quella di riunire 4-5 fiori preparati come detto sopra, riunirli in un mazzo con una funicella ed appenderli a testa in giù, in un luogo asciutto, ben ventilato, poco illuminato e lasciarli così seccare per circa 10-15 giorni; il peso del fiore, in basso,facilita la buona tenuta dello stelo essiccato.
Tecnica 2 – che ricorre a prodotti i quali facilitano la disidratazione dei fiori, lasciando l’apparenza di quelli freschi. I principali sono: Silicogel, largamente usato anche nell’industria per la sua proprietà di assorbire l’umidità. Lo trovate allo stato granulare ed è preferibile usare quello con granuli grandi come chicchi di miglio. Se lo ritenete leggermente caro, tenete conto che si può riutilizzare svariate volte, rigenerandolo per mezzora in forno a 50 gradi. Da conservare in barattoli ermeticamente sigillati. Borace, la trovate in polvere e va miscelato con sabbia ( una di borace e due di sabbia) o con crusca (una parte di borace per cinque parti di crusca). La miscela può essere impiegata più volte. Sabbia molto fine ( quella marina sarebbe la più indicata), teoricamente la più semplice a cui ricorrere per la disidratazione dei fiori, in realtà forse la più complicata in quanto difficile asportarne completamente le impurità ed il sale se utilizzata quella di mare: occorrono allo scopo alcuni lavaggi con acqua corrente e detergente per il bucato, nonché l’asciugatura finale al sole o in forno.
Qualunque sia il materiale prescelto, la procedura è la medesima. Si prende una scatola di cartone o di metallo e vi si sparge sul fondo un paio di centimetri di materiale assorbente, poi con cautela vi si adagiano sopra i fiori, seppellendoli lentamente e delicatamente, curando che non rimangano sacche d’aria e che d’altra parte i fiori stessi non vengano minimamente schiacciati. Nel caso in cui il volume notevole della corolla ( esempio Dalia) richiedesse una eccessiva quantità di materiale assorbente, il fiore deve essere sistemato verticalmente a testa in giù. Si aggiunge una ulteriore quantità di materiale per perfetta e omogenea copertura della specie vegetale e si lascia quindi essiccare. La lunghezza di questa fase rappresenta la variabile più delicata e qui giocherà molto l’esperienza e le riprove che si faranno nel caso il primo tentativo non dovesse soddisfarci. I tempi variano sia dalla condizione del materiale prescelto, sia dalla consistenza del fiore da essiccare, sia anche se in misura minore, dalla più o meno ermeticità della scatola utilizzata come contenitore. Se il tempo risultasse troppo breve, il procedimento di essiccazione non sarebbe terminato del tutto e la durata dei fiori sarebbe più o meno effimera. Se risultasse invece troppo lungo, gli stessi potrebbero risultare troppo disidratati e quindi molto fragili o molto scoloriti ( un leggero scolorimento va comunque sempre messo in conto). Comunque val sempre la pena di provare e gli aggiustamenti eventuali li farete con l’esperienza. Orientativamente i giorni di essiccamento possono variare dai 2 ai 4 del Silicogel a seconda della pesantezza e spessore del fiore, ai 15/20 della miscela con Borace, anche qui la durata dipende molto dalla grandezza del fiore, fino alle tre settimane della sola sabbia. Per liberare i fiori dalla loro giacitura, non estraeteli tirando, in quanto si potrebbero rompere, ma inclinando la scatola e facendoli scivolare fuori con dolcezza. Quindi con un pennellino morbidissimo si toglieranno gli eventuali residui di prodotto essiccante eventualmente rimasto aderente. Per la conservazione fino all’utilizzo si possono utilizzare ampie scatole chiuse, contenenti un sacchetto di garza con silicogel, per assorbire l’umidità dell’ambiente.
Tecnica 3 – Porre il materiale da essiccare fra fogli di carta assorbente e lasciare asciugare con un peso uniforme che copra il tutto. Per i primi giorni sarà opportuno cambiare la carta ogni 24 ore. Ci vorranno alcune settimane per completare questa operazione, la quale ricorda molto quelle utilizzate per gli erbari e che si adatta bene anche al fogliame o per quei fiori che vogliamo esporre in quadro o su una superficie piana.
Tecnica 4 – Sempre per il fogliame e specialmente per quello consistente ( per esempio magnolia, agrifoglio, aucuba), si può adoperare una miscela di acqua (due parti) e glicerina (una parte). Si deve schiacciare l’estremità del ramo reciso in modo che possa assorbire più liquido possibile, poi immergerlo per 3/4 centimetri. Prima di togliere il ramo dalla soluzione potranno trascorrere 1 o anche 4 settimane a seconda del soggetto ( e si ritorna alla questione dell’esperienza accumulata in più tentativi ), ma il vantaggio è che i rami mantengono la loro flessibilità mentre le foglie possono anche variare notevolmente il loro colore, assumendo tonalità più calde.
Si possono utilizzare alcune di queste tecniche contemporaneamente: ad esempio seccando il gambo con le sue foglie tramite pressatura e il fiore a parte con materiale assorbente, quindi assemblare il tutto; oppure associare la tecnica 2 per il fiore alla 4 per il gambo, per ottenere composizioni finali realizzare interamente con fibre vegetali, oppure unire il solo fiore essiccato con un gambo posticcio costituito da filo di ferro cotto per fioristi.
Una spruzzata di lacca per capelli sui petali e sulle foglie dopo l’essiccazione, ne aumenta la consistenza e la lucentezza. Se qualche foglia o petalo dovesse cadere dopo l’essiccamento, si può “restaurare” con il comune vinavil che rimane trasparente dopo che si è seccato. Si possono utilizzare rinforzi in fil di ferro all’interno dei gambi un po’ troppo molli, che funzionino da armatura, oppure sempre con il fil di ferro fissato lungo il rovescio della foglia a mezzo di striscia di tela adesiva di colore adeguato, si possono unire le foglie seccate separatamente allo stelo. Insomma, ci si può sbizzarrire nell’uso delle più disparate tecniche di assemblaggio per avere splendidi mazzi di composizioni floreali che decorino i nostri ambienti domestici nella lunga stagione invernale.
Alberi e arbusti
L’oleandro (Nerium oleander), il bellissimo arbusto che inizia a fiorire più o meno precocemente in questo periodo, merita un richiamo particolare, essendo il più vistoso, frugale e diffuso arbusto da fiore. Queste doti lo rendono insostituibile nei giardini dove la temperatura invernale scende solo pochi gradi al di sotto dello zero e comunque anche una eventuale improvvisa gelata, difficilmente ucciderà la pianta, la quale quasi sicuramente si riprenderà dopo una potatura primaverile.
Molte sono le varietà coltivate, non soltanto a fiore semplice, ma anche semi-doppie e doppie, a volte gradevolmente profumate, in colori abbastanza variati che comprendono sfumature del rosa, del rosso, del giallo, oltre al bianco puro. Pianta sempreverde, il suo fogliame è di forma ovale, allungato, di colore verde scuro; la fioritura è molto abbondante e lunga per tutta la stagione calda.
Malgrado l’indubbia appariscenza, le varietà con fiori doppi non sono i più consigliabili, in quanto i loro petali non cadono spontaneamente dopo che sono avvizziti, pregiudicando l’estetica globale dell’arbusto.
L’oleandro è pianta molto robusta e si adatta alla siccità ( infatti lo troviamo perfino lungo le autostrade dove fioriscono senza innaffiature per mesi ), quindi è indicato per condizioni non proprio ideali di calura e aridità in cui altre piante non sopravviverebbero. Ciò nonostante non si può dire che ami la siccità, per cui per avere una pianta vigorosa con bella e duratura fioritura, è buona regola innaffiare in modo sporadico, ma con abbondanza. Il terreno dovrà essere ben drenato, perché teme il ristagno di acqua, ma non è necessario che sia particolarmente ricco: in ottemperanza alla sua conclamata rusticità, l’oleandro cresce bene anche in terreni poveri, anche se un concime a lenta cessione posizionato in primavera, avrà senza dubbio la sua utilità nella lunga stagione calda.
L’oleandro cresce ottimamente anche coltivato in vaso, che dovrà comunque essere molto ampio; in questo caso è raccomandabile un apporto annuale di terra ben concimata. Dopo qualche anno di permanenza nello stesso contenitore, al momento del rinvaso, è bene ridurre il volume delle radici, che a quel punto formeranno un intrigo molto fitto: se l’asportazione è eseguita con l’impiego di una lama a grandezza adeguata e ben affilata, la pianta non ne risentirà e si creerà lo spazio per immettere il nuovo terriccio, forse anche senza la necessità di ingrandire il recipiente. Il portamento naturale della pianta è cespuglioso, quindi è sconsigliabile ridurlo ad alberello con un solo fusto spogliato dei rami laterali e conservando solo quelli apicali; tale forma, anche se a volte si vede nei vasi, è artificiosa, esteticamente discutibile e favorisce l’emissione di polloni dalla base e di rami laterali lungo il fusto. Questi a loro volta obbligheranno a reiterare una pratica di potatura del tutto estranea a questa pianta. Difatti la potatura dell’oleandro è necessaria solo per eliminare i rami attaccati dal “cancro” (escrescenze sugherose), per areare l’interno della chioma (tendente al fitto), e per mantenere al cespuglio un aspetto equilibrato. I tagli debbono essere effettuati appena cessata la fioritura, in modo da lasciare alla pianta il tempo di produrre nuove vegetazioni atte a fiorire l’anno successivo. Evitare potature di fine inverno o inizio primavera che pregiudicano la nuova fioritura. I due parassiti che abitualmente infestano gli oleandri, le cocciniglie e gli afidi, si combattono con i trattamenti più volte consigliati nel corso degli articoli relativi ai mesi precedente: estratto di cassia utilizzato contro gli afidi, olio di pino contro la cocciniglia , olio di neem efficace per entrambi. Se proprio vogliamo utilizzare i prodotti di sintesi, usiamo i più blandi, quelli a minor impatto ambientale.
Infine una menzione alla velenosità dell’oleandro, il quale contiene in tutte le sue componenti un alcaloide tossico che agisce per ingestione. Per fortuna questo fatto è noto ai più e comunque difficilmente qualcuno masticherà le sue foglie, anche perché sono parecchio amare. Attenzione al lattice tossico prodotto durante le operazioni di potatura: evitare di sfregarsi gli occhi o di mangiare con le mani sporche di tale secrezione; ripulire bene gli strumenti utilizzati per il taglio.
Giugno è anche il mese della seconda e modesta fioritura del Glicine (Wisteria sinensis) e alla fine di questa, si effettuerà già una prima potatura consistente nell’accorciare le giovani fruste per due terzi della loro lunghezza; la seconda potatura avverrà poi normalmente nel periodo di riposo della pianta. É molto importante tenere sotto controllo la vigoria di questa pianta, anzi probabilmente è meglio sottolineare ulteriormente alcune cautele indispensabili: si eviti di piantare la Wisteria sinensis in prossimità di muretti o altri manufatti con fondazioni poco profonde, in quanto l’estrema vigoria dell’apparato radicale della pianta potrebbe causare delle lesioni ( si sono visti spesso crolli e cedimenti di muretti sotto questo attacco). E’ anche buona norma non permettere ai lunghi rami di avvolgersi a spirale attorno a ringhiere, cancellate e sostegni in genere, stante la forza trainante che questi raggiungono in età adulta. Anche in questo caso si sono viste alcune belle ringhiere in ferro apparentemente indistruttibili, piegate in direzione di crescita del Glicine. Questa bellissima e profumatissima pianta va ben controllata ed indirizzata nel suo sviluppo.
Chiudiamo con un accenno agli alberi da frutto del giardino, in quanto molte varietà di albicocche, pesche e pere si avviano alla maturazione e già raccogliamo le ciliege. I trattamenti antiparassitari incalzano, le irrigazioni diventano indispensabili e in special modo per le piante giovani, le erbe infestanti che tolgono nutrimento devono essere combattute, qua e là si piega orizzontalmente o si cima un nuovo ramo. Insomma, in questo particolare settore del giardino il lavoro non manca.
Ci limitiamo a richiamare l’attenzione ai trattamenti fitosanitari, in quanto stiamo producendo cibo da consumare fresco, quindi usare grande accortezza è obbligo: ricordiamoci della lunga persistenza dell’azione tossica di alcuni antiparassitari e sulla penetrazione nella polpa stessa dei frutti di quelli detti “sistemici”. Questi prodotti penetrando nel frutto, non vengono eliminati da lavaggi prolungati e neppure dalla sbucciatura dei frutti: l’unica garanzia è data dall’effettivo trascorrere del tempo raccomandato dal fabbricante fra irrorazione e consumo. Tale periodo è indicato come “carenza” e rappresenta il tempo di attesa minimo indispensabile espresso in giorni, affinché lo stesso possa essere consumato, dopo la sua applicazione alla pianta.
Gli insetticidi sistemici sono utilizzati per la loro funzione preventiva, in quanto riescono a penetrare all’interno della pianta attraverso le foglie o le radici, diffondendosi in ogni sua parte, rendendola non gradita ai parassiti, che, quindi, non la attaccano. Essendo mezzi di prevenzione, molti li preferiscono a quelli di più pronto effetto da utilizzare solo ad avvenuta comparsa dell’infestazione. Tali prodotti trovano perciò una larga accoglienza: noi personalmente non siamo molto convinti della loro utilità, in quanto risulta difficile correlare la durata della loro efficacia in pianta, all’effettivo verificarsi dell’attacco infestante. E comunque lasciamo queste valutazioni agli agricoltori di professione: noi ci occupiamo del nostro giardino domestico, nel quale in realtà converrebbe un solo tipo di albero da frutta, possibilmente anche ornamentale, che richieda pochi trattamenti.
Rosai
In molte località la fioritura è già in declino, mentre in altre è appena cominciata. A parte ogni considerazione sulla maggiore o minore precocità delle singole varietà, la successione delle fioriture usualmente inizia con i rosai “climbing”, le varietà sarmentose dovute a mutazioni di rosai a cespuglio; tra questi ultimi, quelli a fiore grande seguono a breve distanza, poi dopo qualche giorno sono in fiore i rosai con “fiori a mazzi”. La prima serie si conclude con i rosai sarmentosi non rifiorenti, ancora largamente rappresentati ad esempio dalla classica e vivacissima “Paul’s Scarlet Climber” o dall’affine “Blaze” e “Blaze Superior”. Nelle fioriture successive alla prima, anche le varietà uniflore spesso producono uno o più boccioli supplementari a lato di quello principale: per mantenere alla pianta il suo carattere e per avere fiori più grandi o meglio formati, è opportuno effettuare la sbocciolatura, cioè l’eliminazione dei boccioli in soprannumero. Nei rosai floribunda e grandiflora il bocciolo centrale (spesso il più precoce) talvolta prende il sopravvento sugli altri; in questo caso conviene reciderlo in modo da uniformare il periodo di schiusura e l’aspetto dell’infiorescenza. Può invece accadere che in terreni ricchi e freschi, si manifestino uno o più steli laterali, mentre lo stelo centrale non ha ancora dischiuso il suo fiore: l’anticipo di tale vegetazione secondaria distoglie ninfa dal ramo principale, perciò anche in questo caso è opportuno asportarla quando ancora è allo stato erbaceo.
Dopo lo sforzo richiesto alla prima massiccia fioritura, si può tentare di avere una ulteriore presenza costante di rose: cosa non facile, comunque in favorevoli condizioni climatiche si può provare ad ottenere lo scopo. In primo luogo si eliminano i fiori appassiti, ma con taglio da farsi a circa metà stelo, immediatamente sopra una gemma orientata verso l’esterno della pianta. Se si eliminasse esclusivamente il fiore appassito conservando intatto lo stelo, si darebbe incentivo alla produzione di rametti esili, non idonei a rifiorire. La seconda operazione per cercare una continua rifioritura consiste nell’effettuare qualche fertirrigazione, cioè innaffiature contenenti sostanze fertilizzanti, in aggiunta alla normale irrigazione. Le regole d’oro per tale operazione sono essenzialmente due: 1) due fertirrigazioni diluite danno vigoria alla pianta, ma una sola concentrata può arrecare grave danno. 2) non innaffiare con soluzioni fertilizzanti il terreno asciutto. Innaffiare prima leggermente con acqua priva di fertilizzante. La fertirrigazione deve avvenire a terreno bagnato ed in aggiunta all’irrigazione normale. Utilizzare sangue secco macerato se non abbiamo a disposizione del letame, oppure nitrato di potassa che favorisce una rapida ripresa vegetativa e ravviva il colore dei petali. (25 grammi in 10 litri d’acqua sono sufficienti per 4-5 rosai) In caso di estate particolarmente arida e precoce che arresta la fioritura, l’impiego delle soluzioni fertilizzanti deve essere rimandato alla seconda metà del mese di Agosto, per attivare la fioritura di fine estate inizio autunno. Dell’uso dello zolfo in polvere o irrorazioni in soluzione contro le infestazioni dell’oidio abbiamo già parlato in precedenti articoli. Qui si aggiunge che vecchi giardinieri considerano il permanganato di potassio (2 grammi per litro di acqua) l’antioidico per eccellenza.
Chiudiamo con una nota relativa ai cosiddetti “getti ciechi”: un’anomalia presente in ambienti fortemente inquinati da ossido di carbonio, tipici quindi delle grandi città, che priva dei boccioli gran parte degli steli. Possono essere vari i motivi per cui siamo in presenza di molti rami non fioriti: ma se le possibili cause sono state analizzate e non si sono riscontrate anomalie evidenti nella coltivazione delle piante o del terreno, e gli impianti sono stati realizzati in ambiente a forte presenza di emissioni di ossido di carbonio, allora probabilmente è proprio questa la causa della mancanza di fiori. Questa anomalia per fortuna è ancora rara, ma comunque in aumento, e purtroppo non vi è rimedio alcuno.
Siepi
Con la parola siepe si definiscono schermi vegetali e arbustivi di diversa altezza; la definizione è pertanto riferita sia alla piccola delimitazione per aiuola alta pochi centimetri, sia al maestoso sipario costituito da grandi alberi squadrati mediante potatura. Naturalmente la scelta del giusto impianto è determinata dall’uso che si vorrà farne. Le siepi di più grande sviluppo dirottano i venti e fanno da schermo al sole, influenzando così le condizioni di vegetazione e determinando, a seconda della loro esposizione, particolari microclimi con beneficio delle piante coltivate al loro riparo. Può essere utile ricordare, sia pure a titolo indicativo, che l’efficacia di una siepe frangivento si fa sentire fino ad una distanza uguale al doppio della sua altezza: per cui una siepe di tre metri ripara grossomodo un’area di circa sei metri di profondità. Non è raro il caso di siepi sormontate, ad intervalli regolari, dalla chioma di alberi o alberelli ornamentali, coltivati per la bellezza della fioritura o del fogliame. Questa disposizione contribuisce senza dubbio all’estetica, ma può risultare pregiudizievole al normale sviluppo della siepe propriamente detta. Comunque, qualora si desideri attuare tale variante, è bene valersi di soggetti con vegetazione contenuta, quali ad esempio, il biancospino a fiori rosa doppi, il maggiociondolo, l’acero a foglie macchiate di bianco, il pruno a foglie rosse o il più grande leccio. Là dove alla siepe si alterna l’albero, il terreno dovrà subire una preparazione più accurata, consistente in un allargamento della trincea di piantagione che verrà ampliata fino a raggiungere il metro in larghezza e quasi il metro di profondità. Ed a proposito di preparazione dello scasso nel terreno, propedeutico all’impianto di una nuova siepe, ricordiamo sempre che le piante destinate allo scopo sono costrette a vivere pressate le une alle altre, in condizioni di vita tutt’altro che ideale. Noi possiamo regolare con la potatura lo sviluppo della siepe in altezza ed ampiezza, ma poco o nulla siamo in grado di fare a favore delle radici che si disputano le sostanze nutritive del terreno. Condizione quindi primaria e indispensabile alla buona riuscita del lavoro è la cura posta nella realizzazione della trincea, che normalmente dovrà essere 70 centimetri di larghezza e altrettanti di profondità. Nella terra scavata e destinata poi a tornare sul fondo (fino a 15 centimetri sotto le radici dei soggetti da impiantare) si incorporano 20 kg. di letame ben macero per ogni metro lineare di siepe. In mancanza di questo, potrà servire un concime a lento effetto, mentre in superficie si utilizzerà un concime chimico a titolo completo. La preparazione del terreno e l’apporto dei fertilizzanti dovrebbero essere effettuati alcune settimane prima della posa delle piante. Nel riempimento della trincea i vari strati si dovranno trovare, più o meno, al livello precedentemente occupato. Porre attenzione particolare alla distanza d’impianto, in relazione alla scelta dei soggetti vegetali prescelti. Gli arbusti molto folti si piantano su una sola fila ad una distanza di circa 60 centimetri; le essenze arborescenti e le piante spinose si distanziano generalmente 40-50 cm. Vitale anche l’irrigazione che dovrà essere copiosa subito dopo l’impianto, in modo da assestare il terreno e farlo aderire bene alle radici. Successivamente, in periodi siccitosi e specialmente se le piante stentano a riprendersi, è consigliabile bagnare anche la parte aerea al calar del sole. Per economia di acqua è bene preparare un solchetto parallelamente alla siepe.
Di queste cose avevamo già parlato precedentemente in altri articoli, ma qui è bene ribadire l’importanza di tali argomenti che risultano spesso sottovalutati in relazione alle reali difficoltà di crescita delle piante, sottoposte alle condizioni di esasperata coabitazione nel senso sopra ricordato. Nostra opinione personale : riteniamo che la crescita di una bella siepe, vigorosa e armoniosa nelle forme, che non si limiti a sopravvivere così come spesso accade in molti giardini, ma che prosperi al meglio delle sue possibilità, è una delle pratiche di giardinaggio più complesse da realizzare.
Tappeti erbosi
Uno degli adempimenti più rischiosi per il giardiniere è quello della razionale distribuzione dei fertilizzanti chimici sul tappeto erboso. Poichè i danni più frequenti derivano dalla eccessiva quantità e dalla distribuzione non uniforme, si suggeriscono due espedienti: mescolare il fertilizzante con una quantità doppia o tripla di terriccio asciutto per facilitare la distribuzione omogenea; suddividere il terreno in zone di superficie nota (uno o più metri quadrati) in modo da dosare bene il fertilizzante. Altro impegno inderogabile è dato dalla necessità di una abbondante irrigazione subito dopo lo spargimento del fertilizzante stesso. All’inizio della primavera ed anche poi fino all’estate, ma non oltre, potrà usarsi il solfato ammonico (30-40 gr. per metro quadrato) nei terreni tendenzialmente calcarei e il nitrato di calcio in quelli tendenti all’acido. L’irrigazione successiva allo spargimento dovrà essere in quantità tale da consentire il completo scioglimento del prodotto e da far penetrare la soluzione bene in profondità. La rasatura del prato, sia stabilizzato, sia quello di nuovo impianto, dovrebbe già aver assunto la periodicità bi-settimanale che manterrà fino all’autunno. Tuttavia, l’andamento atmosferico potrà fornire ulteriori informazioni sulla periodicità; per la sua determinazione ci si potrà anche valere di un ulteriore indizio: in questo periodo l’accrescimento dell’erba non dovrà superare il doppio della normale altezza di taglio. Abbiamo già proposto un’altezza minima di taglio di 2 cm, ma un’eccezione può risultare indispensabile durante periodi siccitosi, o se il prato per svariati motivi non può ricevere una irrigazione adeguata. In tal caso l’altezza delle lame può essere leggermente alzata, in modo da non provocare ulteriori inconvenienti con il taglio troppo basso. Infatti ciò può incitare diradamenti e la conseguente insorgenza di piante infestanti; solo per attenuare tale inconveniente si potranno lasciare sul posto i ritagli di erba che altrimenti è meglio rimuovere. Ottime all’uso sono quelle macchine rasa-erba che tritano e sminuzzano, spargendo all’intorno minuscole frazioni di erba tagliata, le quali funzioneranno come pacciamatura e rallenteranno la disidratazione del manto erboso.
Giardini pensili, terrazzo, patio
Quasi tutte le piante amano il sole: luce e calore stimolano la vegetazione e la fioritura, esaltano il colore ed il profumo dei fiori. In terrazza però il sole di piena estate è quasi un nemico. La luce, non temperata dal verde dei prati, non filtrata dalle foglie degli alberi, ma anzi riverberata da mura e pavimenti, diventa accecante, ed ancor di più intollerabile diventa il calore immagazzinato ed irradiato giorno e notte dalla muratura e dalle ringhiere. Le piante coltivate in piena terra possono spingere le loro radici in profondità, alla ricerca di zone più fresche, cosa che ovviamente non possono fare quelle coltivate in recipienti i quali, nelle ore di massima insolazione, possono diventare roventi. Sulla terrazza bruciano perfino piante molto resistenti se poste in vasetti troppo piccoli; tutte resistono meglio se messe a dimora in cassette, dove la cubatura di terra è maggiore e le pareti si scaldano meno. Se la vostra terrazza è in pieno sole, la prima cosa da fare è studiare il modo di ombreggiarla, almeno parzialmente. L’ombreggiatura deve attenuare il sole, ma conservare la luce: un tetto di tegole ad esempio sarebbe una pessima soluzione, perché priverebbe le piante di aria e di luce accentuando il calore di irradiamento del materiale di copertura. Chi intende costruire un’opera stabile si orienti quindi verso i frangisole “a giorno” formati da listelli di legno (doghe) o da canne, che lasciano circolare l’aria ed attenuano senza eliminarli sole e luce. Gli elementi di tali coperture vanno orientati da nord a sud, di modo che, muovendosi il sole da da est ad ovest, le strisce di ombra si spostano seguendo il sole e non colpiscono sempre le stesse zone. Un frangisole di queste genere è comunque una realizzazione di un certo costo, da far eseguire da personale competente. Una soluzione più facile, economica e decorativa rispetto all’impianto fisso è offerta dalle piante rampicanti disposte con funzione di frangisole sul limite estremo della terrazza. Allo scopo occorre predisporre un solido telaio, alto un paio di metri, all’interno del quale si tenderanno reti e fili di ferro o di nailon. Coperto di rampicanti, offrirà una zona d’ombra più o meno ampia: di mattina, se lo schermo è posto a levante, di pomeriggio se è a ponente. Se poi le piante vengono guidate nella loro crescita su un tetto di rete, si avrà ombra nelle ore pomeridiane, le più infuocate. Alla base del traliccio si dispongono ampie cassette (possibilmente di legno, larghezza e profondità minime di 40 cm) piene di terra fertile, per alimentare piante che devono sviluppare fusti di alcuni metri di lunghezza.
Di sera il profumo di molti fiori si fa più intenso ed anche questo elemento può essere tenuto presente se il godimento della terrazza si concentra nelle ore notturne. Alcune Petunie, per esempio, di giorno quasi inodore, dopo il tramonto invece emanano una delicata fragranza, così come il profumo dei gigli e delle tuberose si fa intenso nelle tiepide sere estive. Alcune fiori talvolta sembra abbiano un profumo più intenso, talvolta meno, perché l’intensità dipende dalla temperatura e dall’umidità ambientale.
Se poi vogliamo utilizzare la nostra terrazza prevalentemente nelle ore notturne, ricordiamo che abbiamo a disposizione alcune piante che fioriscono esclusivamente di notte. Non sono molte, per la verità, ma vale la pena di ricordarle.
Alcune piante grasse come le Selenicererus e gli Epiphyllum a fioritura notturna danno vita a splendide ed effimere fioriture notturne, della durata anche di una sola notte. Ma altre piante, per fortuna, godono di fioritura più duratura. Ci sentiamo di raccomandare ad esempio la Mirabilis jalapa detta “la bella di notte” che fa sbocciare per mesi, di sera, i suoi allegri fiori a calice che vanno dal bianco puro al rosso intenso, che si aprono nel pomeriggio per richiudersi la mattina. E’ una pianta vecchiotta ed ingenua, di facilissima coltivazione: semina primaverile, terra comune, mezza ombra, innaffiature abbondanti, recipienti adeguati allo sviluppo ( circa 70/90 centimetri in altezza ed altrettanti in larghezza) Le sue dimensioni la rendono anche idonea a fungere da piccola siepe, per delimitare zone della terrazza. D’inverno la parte aerea muore, ma nei climi miti sopravvivono le grosse radici che rigermoglieranno in primavera.
Altra pianta notturna è l’Ipomoea messicana o meglio Ipomoea bona-nox o Calonyction aculeatum un rampicante vigoroso che copre una parete di una decina di metri quadrati, ma che coltivato in cassetta ha sviluppo più moderato. Richiede per sostenere la ricca vegetazione di esposizione soleggiata, recipienti capaci, terriccio fertile, concimazioni regolari, innaffiature abbondanti.
Al tramonto i grossi boccioli rigonfi si aprono sotto i nostri occhi, distendendosi in corolle ampie, candide e profumate.
Un fiore per una notte soltanto, ma nei peduncoli che crescono vigorosamente ci sono 5 o 6 fiori contemporaneamente, per cui la fioritura è assicurata in grande quantità.
Questa pianta meriterebbe maggiore diffusione, anche se ha carattere infestante da tenere sotto controllo. É una pianta per sua natura perenne, ma alle nostre latitudini si coltiva come annuale. Si può tentare di farle passare l’inverno accorciando in autunno i lunghi fusti volubili, e spostando il recipiente in ambiente riparato. Nella primavera successiva la fioritura sarà rapida e anticipata. Poiché nel secondo anno la terrà sarà impoverita, conviene cambiare lo strato superficiale e alimentare regolarmente con concimazione liquida.
Camminamenti, pavimentazioni
Alcune considerazioni sulla scelta del tracciato per i nostri camminamenti. E’ indubbia la necessità di un suo razionale andamento e per quanto è possibile si cercherà di seguire la linea retta per congiungere due punti del giardino. La larghezza non dovrà essere inferiore ai 60 cm. Una certa disponibilità di spazio è desiderabile per svariati motivi, tra cui: le piante che segnano il margine tendono ad infoltire ed invadono il tracciato: lasciare possibilità di transito per una macchina tosaerba, una carriola e altri attrezzi simili; permettere a due persone di transitare affiancate.
In tutti i giardini, appena poche settimane dopo il loro impianto, si manifestano dei tracciati naturali che nessuno ha predisposto. Essi rappresentano la scelta spontanea per collegare nel modo più sbrigativo due punti del giardino stesso. E’ meglio attendere l’indicazione di queste scelte naturali, piuttosto che effettuare progettazioni teoriche che, in pratica potrebbero risultare non agevoli o poco gradite dalla conformazione dell’area, con conseguente calpestio del tappeto verde o delle aiuole. Naturalmente è indispensabile qualche curva per aggirare un ostacolo senza allungare inutilmente il percorso, ma in linea di massima è bene evitare percorsi disegnati esclusivamente per obbedire a finalità estetiche-pittoriche.
Alberelli giovani, aiuole e altre zone che vogliamo ritagliare per vari motivi, possono essere delimitati con bordi in mattoni o altri lastricati che assolvano allo stesso tempo funzione di protezione dell’area e che consentano al giardiniere di operare senza calpestio. Attorno al giovane albero, ad esempio, il bordo delimita all’esterno la zona destinata al tappeto erboso ed ha il duplice scopo di non sottrarre umidità e alimento alla pianta al suo interno ed evita lesioni al tronco durante il taglio dell’erba. Allo stesso modo le aiuole possono avvantaggiarsi di uno stretto lastricato perimetrale, che mette in evidenza tutto il margine e permette al giardiniere di operare il diserbo e altri lavori colturali, poggiando sul lastricato e non rimanendo nel fango o nella polvere. Tale nastro perimetrale può limitarsi a meno di 25 cm di larghezza, ma la massicciata sottostante deve essere profonda ed eseguita accuratamente per assicurare buona stabilità. Un minuscolo sentiero come questo descritto può spingersi all’interno dell’aiuola, consentendo lavori in zone non raggiungibili dal bordo della stessa. In alcuni casi, singole lastre di pietra risolvono il problema e permettono operazioni di zappettatura o di diserbo. Non altrettanto consigliabile è la messa in posa di tali lastre ( dette a volte passi perduti)
nel tappeto erboso, se pensiamo di utilizzare questo passaggio frequentemente come via obbligata di spostamento. Il calpestio frequente e ripetuto provoca alterazioni nella crescita dell’erba attorno alle pietre, per cui tali passaggi vanno utilizzati solo per condurre in punti interessanti del giardino, quali il roseto o una vasca acquatica o un ombreggiato angolo di riposo.
Insetti “nocivi”
Questo mese spezziamo una lancia a favore di quegli insetti che affollano il giardino e che spesso sono considerate “bestie” da eliminare al primo apparire.
É incontestabile che alcuni insetti ed altri invertebrati appartengono al folto gruppo dei parassiti dannosi per le piante, (anche se a volte ne esageriamo i danni): afidi, lumache, bruchi e larve in genere, curculionidi, sappiamo che danni procurano; ma esistono d’altra parte molti insetti la cui presenza assicura protezione e salute alle piante del nostro giardino.
La mantide religiosa, dall’aspetto così terribile, è un’efficace divoratrice di formiche e blattoidei. Tra i coleotteri, uno dei più utili collaboratori del giardiniere è la coccinella: le comuni coccinelle rosse dai sette punti neri e le altre dai colori e dalle punteggiature più svariate, attaccano e sterminano velocemente afidi e pidocchi e quando trovano aree infestate da tali parassiti funzionano senz’altro meglio di veleni o insetticidi. Sempre tra i coleotteri, molto efficaci sono i carabi: agili e potenti insetti che percorrono le aiuole facendo fuori larve e lumache e disinfestano le zone più umide del giardino. Ma il più utile tra essi è senz’altro la bella Calosoma sicofanta, dalla corazza dai vivi colori metallici ed iridescenti. Ben più dotata degli altri appartenenti alla sua famiglia, la calosoma è una vera e propria macchina da guerra: a differenza degli altri carabi essa vola e si arrampica sugli alberi, dove aggredisce bruchi di varie farfalle, in particolare quelli delle processionarie, vero terrore di pini e querce e contro i quali spesso si dimostra inefficace la lotta dell’uomo. A tale scopo sono a volte utilizzate come lotta biologica contro tali infestazioni di lepidotteri e nel passato ne furono inviate diversi esemplari negli Stati Uniti per combattere bruchi e farfalle provenienti dall’Europa. Altro grande nemico della processionaria è la formica rossa (formica Rufa), che costruisce grossi nidi a cupola nei boschi e dove esercita un’utile attività di protezione e di lotta biologica, tanto che in Italia vi è una apposita legge che ne tutela la presenza.
Anche nei confronti delle vespe si nutre una certa antipatia, ma se si considerasse il loro ruolo nel contenimento degli insetti nocivi, forse si potrebbe osservarle con occhio diverso. Ad esempio gli sfecidi o vespe muratrici, inzeppano il loro nido di fango con bruchi e ragni e le eumenidi fanno lo stesso con numerose larve di farfalle.
La prospaltella di Berlese è utilizzata per la lotta biologica in tutti quelle zone dove si coltiva il gelso, in quanto uccide le larve di cocciniglia che di esso si nutre.
Insomma, è facilmente comprensibile come le irrorazioni di insetticidi, uccidendo insetti utili e nocivi, siano dannose. Si viene a perdere l’opera capillare, assidua e del tutto priva di effetti indesiderabili (così come avviene per i veleni), di migliaia di nostri piccoli e sconosciuti alleati. Per cui anche se non conosciamo nello specifico nomi o funzioni della maggior parte di questi “aiutanti naturali”, andiamoci sicuramente piano con l’uso di insetticidi “a prescindere” Utilizziamo quindi quelli selettivi biologici e solo quando se ne riscontri reale necessità.